Nga: Mario Bellizzi
I PROVERBI: fjalët t’urta
Formulare una definizione del proverbio, come genere linguistico, è estremamente difficile: questa l’opinione di G. R. Cardona [Introduzione all’etnolinguistica, 1980] e di A. M. Cirese [I proverbi: struttura delle definizioni, 1972], sebbene tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere fondamentali per i proverbi le seguenti caratteristiche: brevità, concisione, buon senso, arguzia e la diffusione. Le varie raccolte di proverbi in lingua albanese, dalla prima Dictionarium Latino-Epiroticum di Frano Bardhi (1635) alle successive di Thimi Mitko, S. Dine ecc., sono state definite in modo non univoco: fjalë të moçme, fjalë të urta, fjalë të vjetra, fjalë ari, … (parole antiche, parole saggie, parole vecchie, parole d’oro, …). Nel seicentesco dizionario del Bardhi è stato inserito un capitolo, a se stante, contenente un elenco di 113 proverbi di straordinaria importanza perché i primi pubblicati sul folklore albanese e per l’oppurtunità della comparazione che offrono rispetto a quelli contemporanei. In essi sono cristallizzati sentimenti contro l’oppressione dei turchi e l’amore per l’Albania:
Ku Turku vë kambënë, aty s’del bar,
dove il turco mette il piede, lì non cresce l’erba,
dice uno dei proverbi del Bardhi, e ancora:
S’duhet me zanë besë as ujit, as Turkut,
non bisogna credere né all’acqua, né al turco.
Alcuni di questi proverbi, trasmessi oralmente, sono giunti fino ai nostri giorni, ad esempio:
Dheu i zij ban bukënë e bardhë,
la terra nera fa il pane bianco
e Nji gur s’ban mur,
una pietra non fa muro, ecc.
Fra le ‘parole saggie’ del Bardhi vi sono aforismi religiosi, proverbi tradotti dal latino e dall’italiano:
Kush njef vet’hen, njef tanë zonë
(Qui noscit seipsum, gnoscit nostrum Deum), chi conosce se stesso, conosce il Signore;
Fjalët janë gra, ma të bametë burra,
le parole sono femmine, ma i fatti sono maschi,
e comparazioni di proverbi albanesi con altre lingue (italiano, latino e turco); inoltre, c’è da sottolineare che, dopo di lui, sono occorsi oltre due secoli per avere altre raccolte. Straordinaria importanza riveste il Dictionarium per il materiale folklorico e documentario che contiene di estrema utilità per gli studi linguistici. Fra le raccolte di proverbi vanno segnalate quelle di D. Camarda (1866) “Shtojcë e sprovës së gramatologjisë …”, con 50 proverbi albanesi tradotti in italiano, di G. De Rada (1884) in Fjamuri Arbërit e successivamente quella di G. Schirò (1923) Canti Tradizionali contenente 526 proverbi; in particolare, lo strano 16° canto didascalico, articolato interamente con proverbi:
Kuj nënk ka mëmë, as tatë, i thonë shtrik
A chi non ha né madre, né padre dicono spilorcio
e shum’ fitile bën kush ka mumbak.
e molti lucignoli fa chi possiede del cotone.
Njeriu me një fjalë bën një mik.
L’uomo con una (sola) parola fa un amico.
Kush para rron, më para bënet plak.
Chi prima nasce (vive), prima invecchia.
Ruaju Drekjit përse e ke pr’armik.
Guardati dal Demonio, perché è tuo nemico.
E mira ka t’shërbenet, e me gjak.
Il benessere bisogna faticarselo buttando sangue
Mos fol me t’kekj, mos pran të ndedhesh lik;
Non parlare con malizia, perchè ti troverai male;
mos dhromi i glat të t’vinjë e buka pak.
(e) la via non ti riesca lunga e il pane scarso.
Per la loro contraddittorietà i proverbi non possono da soli far emergere l’indole, la visione del mondo, le caratteristiche dei rapporti sociali, ecc. di un popolo, ma possono, tra l’altro, aiutare ad individuare le tensioni e i cambiamenti avvenuti nel tempo all’interno del suo corpo, le paure, le autoriflessioni, la funzione di controllo sociale e il valore di testo di diritto consuetudinario, come accade nel Kanun di Lek Dukagjini. Per il lavoro seguente si prenderà come fonte d’indagine la raccolta di G. Schirò poiché in esso sono confluiti i proverbi del Camarda e di De Rada, e in considerazione del permanere e della diffusa omogeneità dei suoi proverbi nelle diverse comunità albanofone. Gli italo-albanesi si considerano fra di loro solidali e leali, e una volta raggiunta una posizione di comando, ‘essere a cavallo’, la mantengono ad ogni costo:
Arbëreshët ngë shesnjën gunë ndër ta
Gli arbëreshë non vendono fra loro rozze giacche di pelle di pecora.
Bën si Arbëreshi: Ngalkova? Ngë shkalkonj më!
Fai come l’arbëreshë: Sei in groppa? Non smonti più!
La casa, il luogo proprio, il locus non sono neutrali, ma rivestono un’importanza fondamentale per la socialità, sono fondativi e giocano un ruolo strategico nei diversi saperi:
Di më shumë i lëni në shpi të vetë, se i urti në shpi të nji t’jetri
Sa di più il pazzo a casa propria che il saggio a casa degli altri
Mirr plëht e horës t’ënde, e le arin e huaj
Prendi il letame del tuo paese e lascia l’oro straniero
Bukë e hi, po ndë shpi
Pane e cenere ma a casa tua
Nga gur isht i rëndë te vendi i tyj
Ogni pietra è pesante al suo posto
Kush ngë ka shpi, ngë ka gjitoni.
Chi non ha casa, non ha vicinato
Gjitonia gjëria
Vicinato parentato
Mjera ajo shpi te ku kësula ngë hin
Sfortunata quella casa dove non entra il berretto (un uomo)
Ma qual è il perimetro della vita materiale per l’italo-albanese? Quali i suoi desideri? Occorre non esagerare nel possesso dei beni e soprattutto evitare la loro accumulazione perché saranno distrutti dalle forze del male:
Shpi sa rri, vreshta sa pi, dhera sa sheh me sy
Casa tanto da abitarci, vigna per quanto vino bevi, terreni quanti ne vedono i tuoi occhi.
Të vinjë ka bythaleshi!
Ha da venire il Diavolo (=culo peloso)!
Petku lënë petk i lënë
Proprietà ereditata, proprietà impazzita
Vdekëja derë më derë, e petku dorë më dorë
La morte di porta in porta, e la proprietà di mano in mano
Tuttavia la negatività dell’erranza, lo sradicamento, l’esodo che non permettono una tranquilla socializzazione, la protezione del locus e il suo plusvalore nel confronto delle conoscenze, sono per gli arbëreshë superati con l’aiuto dell’intervento divino:
I dashuri ka yn’ Zot, shtie rrënjët pa botë
Colui che è amato dal Signore, mette radici anche senza terra.
Il rapporto con il divino è alcune volte legato al legame necessario da instaurare con gli altri uomini:
Kush ngë ka njeri, ngë ka Perendi
Chi non ha compagni, non ha Dio
Më mirë në Pisë e me shokë, se në Parrais e i vetëm
Meglio all’inferno e con amici che solo in Paradiso
Nella comunità i rapporti sociali, i valori, i ruoli e le diversità fra i sessi, sono in filigrana deducibili dai seguenti proverbi:
Yn’ Zot në kjiell e prindi në dhe
Nostro Signore nel cielo il padre sulla terra
Burri buria, gruaja zia
Uomo abbondanza, donna miseria
Pelë, shkluhë e grua, as mirren, as jipen hua
Giumenta, fucile e donna, né si prendono né si prestano
Burri bie me duakjë, e gruaja ndzier me thes
L’uomo porta con le bisacce, e la donna toglie con il sacco
Varfëri mos rrit; plekjëri mos këllit; kjen të huaj mos thërrit
Orfani non crescere; vecchi non portare a casa; cani di altri non chiamare
Burr e grua si mish e thua
Uomo e donna come carne e unghia.
Ad una metafora sul potere, economico e giudiziario, sulle differenze di classe e l’amarezza delle condizioni di vita dei lavoratori possono essere ricondotti i proverbi:
Kush ha bukë, bën drudhe
Chi mangia pane, produce briciole
Kur lisi bie, kush mënt të presnjë pret
Quando la quercia crolla, chi può tagliare taglia
Kjozmët me kjozmë, morrat me morrat
Ricchezze con ricchezze, pidocchi con pidocchi
Shkopi i bujarit si helli i kusarit
Il bastone del nobile è come lo spiedo del ladro
Më i ligu bar ë shapka
La peggior erba è il cappello
il ricco)
Ruaju ka t’lidhurat e të vapkut!
Guardati dal carnevale del povero
U zot, ti zot, lopën kush e kulot?
Io signore, tu signore, e la mucca chi la pascola?
Kush ka gjizë e katsikjë, vete në kurtëje e ka likjë
Chi ha ricotta e capretti, va in tribunale e ha ragione
Puno, o fatzi! Ha, o bark-stihji!
Lavora, o disgraziato! Divora, o ventre di mostro marino!
Si ke kryet bliji kësulën
Come hai la testa compra il berretto
Në mot të that edhe breshëri isht i mirë
In tempi duri anche la grandine è buona
Considerevole valore viene attribuito dagli arbëreshë al potere e al valore della parola proferita e alla promessa verbale:
Kau lidhet për brish e njeriu me fjalën
Il bue si lega dalle corna e l’uomo dalla parola
Kush ka gluhë, ndan dejt
Chi ha lingua, divide il mare
Era fryn dejtin e fjala fryn njeriun
Il vento gonfia il mare e la parola gonfia l’uomo
Një fjalë të vret, një fjalë të ngjall
Una parola ti uccide, una parola ti resuscita
Goja isht e vogël, po ha male
La bocca è piccola, ma divora montagne
La stridente condizione di vita materiale degli italo-albanesi, esodo compreso, gli ha fatto elaborare riflessioni sulla vita e sul potere, partendo da osservazioni sulla natura e le varie attività lavorative; nella memoria sono stati inoltre ben marcati contesti storici, vedi il topos della battaglia di Sciaglia in cui si è persa l’indipendenza e si instaurata la tirannia dei turchi, le variazioni e le permanenze degli eventi:
Ai çë ka lëmin mbi një rahj, me t’çilën erë fryn fryn, po hjeth
Colui che ha l’aia sull’erta, con qualsiasi vento spiri spiri, monda
Brethku ngë këndon në të that
Il rospo non canta nella siccità
Çëdo mizë ngë bënë mjalt
Qualsiasi mosca non produce miele
Kallame? Shkil e le!
Stoppie? Calpesta e lascia!
Dardha bie nën dardhës
La pera casca sotto il pero
Edhe mbi plëht bie dielli
Anche sul letame cade il sole
Kush i ndzier farën dheut, i ndzier bukën shpis
Chi toglie la semenza alla terra, toglie il pane alla casa
Kush pati bukën vdiq, kush pati zjarrin rroi
Chi ebbe il pane è morto, chi il fuoco è sopravissuto
Nga ur ka kamnoin e tyj
Ogni tizzone ha il proprio fumo
Nderi ngë perëndon me diellin
L’onore non tramonta con il sole
Gjithë të shtunëjet vafshin e ardhëshin, po ajo e Shaljës mos ardht kurr
Tutti i sabati vengano e vadano, ma quello di Sciaglia non venga mai
Giornata di strage per gli albanesi da parte dei turchi fu la battaglia di Sciaglia, dove Giovanni Castriota fu vinto dai turchi e dovette consegnare in ostaggio i suoi 4 figli al sultano Amurat: Giorgio, Repentino, Stanisio e Costantino, e l’Albania perdette l’indipendenza.
Turku si ulku
Il turco come il lupo
Una consapevolezza della forza delle moltitudine, del popolo, pare trasparire nel proverbio in cui il semplice manico di legno ha più potere dell’ascia di ferro che nulla può contro il bosco se il bosco non gli dà una sua parte:
Hekuri s’mënt t’i bëj gjë pyllit, në mbruri i sopatës nënk ish druri
Il ferro nulla può fare al bosco, se il manico dell’ascia non è di legno
e nel successivo in cui il ruolo e la presenza di mille rivoli è ciò che dà forza ai fiumi:
Përrenjët bëjën lumenjët
I torrenti fanno i fiumi
Nell’arco temporale degli eventi, nel fare quotidiano, l’imponderabilità dei fenomeni e il repentino capovolgimento di momenti di dolore e di gioia si intrecciano senza soluzione di continuità, in un orizzonte di dualità tendente comunque, sostanzialmente, verso una visione del mondo pessimistica:
Kemi më ditë se kuleçë
Abbiamo più giorni che torte
Gazi edhe helmi janë vllezër
Il riso e il dolore sono fratelli
Mos u gëzo kur je i gëzuar, mos u helmo kur je i helmuam
Non gioire quando sei felice, non addolorarti quando sei affranto
Ngë janë lype te ku ngë kjeshet, e ngë janë dazma te ku ngë klahet
Non ci sono lutti nei quali non si rida, non ci sono nozze nelle quali non si pianga
Sa siell një orë ngë siell një vit
Ciò che porta (può accadere in) un’ora non lo porta un anno
Kur fati do, derën e di!
Quando il Fato vuole, sa qual è la porta!
Fatziu, vete të bënjë kryq, e shkul syt me glishtërat
Lo sfortunato, mentre fa il segno della croce, strappa gli occhi con le dita
Addirittura anche l’attività onirica che potrebbe sovvertire l’ordine costituito dalla realtà e nella realtà, offrendo il materiale sovversivo della libido, il desiderio, è considerata opera del diavolo:
Ëndërra e natës i mallkuami i ditës.
Il sogno della notte (è) il diavolo del giorno.
Tratto dal libro di mario bellizzi “L’anemone rosso e gli uccelli di De Rada”, 2006








































